Yoga e mindfulness

posizione dell'albero - articolo yoga e mindfulness

di Pietro Spagnulo

Lo yoga è un'antichissima disciplina fisica, mentale e spirituale di origine indiana che, nonostante le grandi differenze culturali, è molto praticata anche in occidente.
In questo articolo mi occuperò dell'uso che si fa dello yoga nell'ambito dell'insegnamento della mindfulness, durante il quale, ove più ove meno, si dedica generalmente uno spazio importante allo yoga.
Ma che relazione c'è tra lo yoga e la mindfulness? E quali sono le differenze tra lo hata yoga così come viene di solito insegnato e lo yoga utilizzato nei corsi di mindfulness?
Comincio subito col dire che lo yoga mindfulness, o mindfulness yoga, consiste nell'apprendimento di alcune asana, o posture, non dissimili da quelle che vengono comunemente insegnate nei corsi di hata yoga.
La differenza consiste nell'utilizzazione dello yoga come una forma di meditazione formalizzata.
Particolare enfasi viene attribuita all'attenzione alle sensazioni del corpo durante l'esecuzione delle asana, nello stesso modo in cui si utilizza l'attenzione durante gli altri tipi di meditazione, come la meditazione del respiro o la meditazione dei suoni.
Negli articoli dedicati alle principali meditazioni (meditazione del respiro, meditazione del corpo, meditazione dei pensieri) abbiamo visto che le istruzioni prevedono di portare l'attenzione a una componente dell'esperienza soggettiva (rispettivamente al respiro, al corpo o ai pensieri), di notare quando l'attenzione divaga, e di riportare l'attenzione all'oggetto principale della meditazione.
Quando si insegna lo yoga nell'ambito di un percorso di mindfulness, l'oggetto principale dell'attenzione è rappresentato dalle sensazioni del corpo durante l'esecuzione delle asana, dal notare quando l'attenzione divaga e nel riportare l'attenzione a quelle sensazioni.
Da questo punto di vista, la pratica dello yoga è, in senso stretto, pratica della mindfulness.
Tuttavia vi è una peculiarità che rende lo yoga mindfulness molto interessante.
Si tratta di ciò che Jon Kabat-Zinn chiamò "lavorare sui limiti".
Sebbene sia impossibile comprendere profondamente questo concetto senza sperimentarlo di persona, può essere utile sapere che ha a che fare con il riconoscimento dell'influenza che l'attività mentale ha sulla percezione dei propri limiti e, di conseguenza, sulla percezione della realtà.
Ad esempio, durante l'esecuzione di un'asana piuttosto faticosa, ci si può rendere conto di quanto, insistentemente, la mente ci suggerisca o pretenda di interrompere la posizione perché si è giunti al limite di tolleranza della fatica o del dolore.
Ma basta riportare per un attimo l'attenzione alle sensazioni in quanto tali, non filtrate dall'interpretazione che ne fa la mente, per accorgersi che il limite non è stato in realtà raggiunto.
Il beneficio che deriva da questa esperienza va ben al di là del mantenere una posizione un po' più a lungo.
La consapevolezza di quanto marcatamente la nostra mente possa influenzare la percezione della realtà può dispiegare effetti anche in ambiti che con il movimento o la fatica non hanno nulla a che fare.
Prendiamo ad esempio gli attacchi di panico.
Per apprendimento analogico, non è difficile rendersi conto di quanto le idee catastrofiche associate agli attacchi di ansia possano influenzare la percezione di questa esperienza, lasciandoci credere di vivere una condizione "intollerabile".
Ebbene, è possibile fare esperienza diretta delle sensazioni dell'ansia, non mediate dall'interpretazione catastrofica, modificandone in modo significativo l'impatto e la reazione automatica di fuga.
Lo stesso può dirsi per le dipendenze. Anche qui è possibile sperimentare che l'impulso ad assumere una sostanza o a mettere in atto comportamenti "coatti" è molto più tollerabile di quanto si ritenga.